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“L’Organizzazione delle Nazioni Unite, per il suo carattere universale,
non cessi mai di essere quel forum, quell’alta tribuna, dalla quale si
valutano, nella verità e nella giustizia, tutti i problemi dell’uomo.
In nome di questa ispirazione, per questo impulso storico fu firmata il 26 giugno
1945, verso la fine della terribile seconda guerra mondiale, la Carta delle
Nazioni Unite e prese vita, il 24 ottobre successivo, l’Organizzazione
stessa.
Proprio quando la tecnica, nell’unilaterale suo progresso, veniva diretta
a scopi bellici, di egemonie e di conquiste, perché l’uomo uccidesse
l’uomo e una nazione distruggesse l’altra privandola della libertà
o del diritto di esistere proprio allora è sorta l’Organizzazione
delle Nazioni Unite!
E tre anni dopo nacque il documento che – come ho detto – è
da considerare una vera pietra miliare sulla via del progresso morale dell’umanità:
la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Governi e Stati del
mondo hanno capito che, se non vogliono aggredirsi e distruggersi reciprocamente,
debbono unirsi. Le via reale, la via fondamentale che conduce a questo, passa
attraverso ciascun uomo, attraverso la definizione, il riconoscimento ed il
rispetto degli inalienabili diritti delle persone, delle comunità e dei
popoli.”
Tali parole furono pronunciate di fronte all’Assemblea Generale delle
Nazioni Unite a New York il 2 ottobre 1979 da Karol Wojtyla, pontefice della
Chiesa Cattolica dal 16 ottobre 1978 al 2 aprile 2005 con il nome di Giovanni
Paolo II.
E’ significativo come Karol Wojtyla sentì la necessità di
recarsi di fronte all’Assemblea dell’ONU nel suo primo anno di pontificato,
a testimonianza di quanto fosse in lui radicata l’esigenza di pace e di
rispetto dell’essere umano.
Karol Wojtyla aveva vissuto la seconda guerra mondiale, l’occupazione
nazista prima, il regime comunista poi. Aveva assistito alle rovine materiali,
all’annientamento delle risorse agricole e industriali dei paesi devastati
da combattimenti e distruzione, ai massacri e alla miseria Aveva sperimentato
come la guerra porta con se una sproporzionata crescita dell’odio, della
distruzione e della crudeltà, aveva visto attorno a se la morte e la
devastazione, sopportando sulla propria persona la sofferenza.
Molti dei suoi compagni di scuola caddero sui vari fronti della seconda guerra
mondiale, altri morirono nei campi di concentramento, altri ancora furono deportati
nei territori dell’Unione Sovietica. Ogni giorno lui stesso avrebbe potuto
essere prelevato dalla casa, dalla cava di pietra, dalla fabbrica per essere
portato ad un campo di concentramento. Egli ne era cosciente, tanto da chiedersi
“perché non io ?” La sua profonda sensibilità, la
sua cultura e la sua fede lo portarono alla consapevolezza di come quell’essere
stato risparmiato non fu un caso. Egli, così come altri uomini di grande
levatura internazionale (1), vide negli eventi che si susseguirono nella sua
vita ed, in particolare, nell’elezione a pontefice una risposta a quella
domanda.
Gli anni della II guerra mondiale furono definiti da Karol Wojtyla gli anni
dell’uomo disprezzato (2) : per il disprezzo di cui l’uomo è
stato oggetto in quei sei terribili anni non si può che essere giustamente
inorriditi. Tale vissuto, tale coscienza portarono Karol Wojtyla a pronunciare
con riferimento alla Carta dell’ONU e alla Dichiarazione Universale dei
Diritti dell’Uomo parole che ne danno un’interpretazione netta e
chiara sulla via da seguire per la costruzione della pace e il rispetto della
dignità dell’uomo, interpretazione che diviene oggi più
che mai un baluardo contro ogni deriva militarista e giustificativa della guerra
e della sopraffazione dell’uomo sull’uomo.
Secondo il pensiero di Carol Wojtyla l’ONU deve esprimere una politica
a servizio dell’uomo . L’interesse politico (3) non può più
essere inteso come guadagno e profitto unilaterale a danno di altri oppure come
volontà di potenza che non tiene conto delle esigenze altrui. Un’interesse
politico così inteso porta disonore alla nobile e difficile missione
che è propria del servizio per il bene delle nazioni e di tutta l’umanità.
E’ nel rapporto tra l’uomo e la società civile che trova
il proprio perché, la propria ratio tutta l’attività politica,
nazionale e internazionale: l’attività politica viene dall’uomo,
si esercita mediante l’uomo ed è per l’uomo. La ragion d’essere
di ogni politica “è il servizio all’uomo, è l’adesione,
piena di sollecitudine e responsabilità, ai problemi ed ai compiti essenziali
della sua esistenza terrena, nella sua dimensione e portata sociale, dalla quale
contemporaneamente dipende anche il bene di ciascuna persona.”
L’attività politica umanocentrica non può non avere come
proprio capisaldo, ispirazione, punto di costante confronto e fondamento di
responsabilità la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, definita
da Karol Wojtyla il valore di base con cui la coscienza dei membri dell’ONU
si deve confrontare e attingere la sua ispirazione costante (4).
Il 2008, l’anno che sta per nascere, è il 60° anniversario
della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Tale ricorrenza, unita al
ricordo del pensiero e del vissuto di Karol Wojtyla, permette alcune riflessioni,
momenti e spunti per la meditazione e l’operare nel nuovo anno.
• La pace passa attraverso
la dignità dell’uomo. La pace passa attraverso il rispetto, la
promozione, il riconoscimento e, sul piano giuridico, la codificazione della
dignità dell’uomo.
• La pace non è
una parola, non è un sostantivo. La pace è un verbo, è
un operare, è un fare: facere pacem. La pace non è il suo nome
ma ciò che la fa (5).
• Dove si opera a favore della dignità dell’uomo con azioni
positive e politiche sociali, con concrete azioni di solidarietà e protagonismo
democratico, lì si costruisce e vi è la pace.
• Dove si distrugge progressivamente
la dignità dell’uomo, le sue basi politiche e sociali, si prepara
terreno fertile alla guerra.
• Dove la dignità dell’uomo è distrutta lì
vi è la guerra.
1 Ricordiamo la figura di
Dag Hammarskjold, Segretario Generale delle Nazioni Unite dal 1953 al 1961,
anno in cui perse la vita in un oscuro incidente aereo. Dalla lettura del suo
diario, appare come l’attività all’ONU e la nomina a Segretario
Generale furono da lui interpretati come risposta alla domanda di un senso per
la propria vita. Durante gli anni della sua più profonda solitudine,
scriveva nel suo diario: “Donami qualcosa per cui morire!...Non è
questo a rendere la solitudine un tormento: che non ci sia nessuno con cui condividere
il fardello; ma quest’altro: che io abbia solo il mio fardello da portare…
prega perché la tua solitudine sia di sprone a trovare qualcosa per cui
vivere, abbastanza grande per cui morire”. Sia che la si veda in una dimensione
di continuità, sia che se ne sottolinei l’elemento di rottura,
la nomina a Segretario Generale dell’ONU e successivamente tutta l’attività
di Dag Hammarskjold fino alla morte, costituiscono una risposta alla richiesta
di senso per la propria vita; “Sì a Dio: sì al destino e
sì a te stesso”. (Dag Hammarskjold, Tracce di cammino, Qiqajon,
Comunità di Bose, 2005.)
Di lui Karol Wojtyla ebbe a dire, nel gennaio del 1979, a conclusione del suo
primo discorso al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede : “I
‘mezzi poveri’ sono strettamente legati al primato dello spirito…
Sono i segni sicuri della presenza dello Spirito nella storia dell’umanità.
Molti contemporanei sembrano voler manifestare una particolare comprensione
per questa scala di valori: è sufficiente ricordare, per parlare soltanto
dei non cattolici, il mahatma Gandhi, Dag Hammarskjold, il pastore Martin Luther
King”.
2 Lettera apostolica in occasione del cinquantesimo anniversario dell’inizio
della seconda guerra mondiale.
3 Sulla nozione di interesse politico si veda il Discorso all’Assemblea
Generale delle Nazioni Unite, New York, 2 ottobre 1979.
4 Discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, New York, 2 ottobre
1979.
5 “ La pace non è il suo nome ma ciò che la fa” è
il titolo di un contributo di Marco Mascia e Antonio Papisca pubblicato sul
sito internet www.peacelink.it.
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