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La
libertà di religione e di credo costituisce una delle
massime espressioni della dignità e della libertà
di ogni essere umano: la religione o il credo sono, per colui
che li professi, uno degli elementi fondamentali della sua
concezione della vita, di se stesso e del rapportarsi con
gli altri e con l'ambiente.
La Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo riconosce
il diritto alla libertà di religione a fianco di altri
due importantissimi diritti: il diritto alla libertà
di pensiero e di coscienza. L'articolo 18 dice espressamente
"Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero,
coscienza e di religione; tale diritto include la libertà
di cambiare religione o credo, e la libertà di manifestare,
isolatamente o in comune, sia in pubblico che in privato,
la propria religione o il proprio credo nell'insegnamento,
nelle pratiche, nel culto e nell'osservanza dei riti."
L'articolo 18 è ripreso alla lettera dall'articolo
9 comma 1 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei
diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, a ulteriore
conferma dell'avanzamento e dell'importanza del sistema di
garanzie regionale europeo.
Una sola lacuna possiamo imputare alla normativa internazionale:
la mancata esplicita previsione della libertà e del
diritto di essere ateo.. Il rifiuto del concetto e dell'esistenza
di Dio sono espressione essenziale della libertà dell'uomo:
non a caso sovente percorsi personali di questo tipo hanno
portato e portano ad abbracciare la fede in modo pieno, responsabile
e sincero. E' vero che la libertà di essere ateo può
essere fatta rientrare nel diritto alla libertà di
pensiero e di coscienza, tuttavia la sua esplicita previsione
è opportuna, soprattutto in un periodo storico, quale
quello attuale, di rigurgiti fondamentalisti
A ciò si aggiunga che quattro anni dopo la caduta del
mura di Berlino (1989), che sanciva la fine della guerra fredda,
nelle conferenze di Bangkok e di Vienna sui diritti dell'uomo
(1993) i rappresentanti di paesi asiatici affermano che i
diritti umani sono materia di sovranità nazionale.
Fin allora non si era mai messo in discussione il valore universale
della Dichiarazione dei diritti dell'uomo. I governi asiatici
relegano la Dichiarazione al mondo occidentale e teorizzano
che quei diritti non sono validi in ogni tempo e in ogni luogo,
a prescindere dalle concrete e diverse situazioni di sviluppo
economico e politico. Questa presa di distanza è stata
ribadita e assunta anche dai Paesi islamici. L'insieme delle
popolazioni asiatiche ed islamiche rappresentate da Stati
dissenzienti costituisce il 65% della popolazione mondiale.
Questa presa di posizione ci impone alcune riflessioni. I
diritti fondamentali dell'uomo sono davvero i medesimi sotto
tutte le latitudini? Oppure i principi elaborati dalla civiltà
occidentale non sono propri delle popolazioni asiatiche o
arabe? La pretesa di divulgare nel globo i diritti umani è
una pretesa occidentale di esportazione? Oppure le affermazioni
dei governi asiatici ed islamici sono pretestuose al fine
di legittimare soffocamenti delle libertà e dei diritti
dell'uomo?
Occorre ora affrontare un importante tema: il rapporto tra
libertà di religione e tolleranza. Anche in questo
caso il sistema regionale europeo di garanzia ci viene in
aiuto. La Convenzione Europea sopra citata dice, infatti,
qualcosa di più rispetto alla Dichiarazione Universale,
poiché al secondo comma dell'articolo 9 regolamenta
i casi in cui la libertà di religione può subire
delle limitazioni all'interno degli Stati aderenti. La libertà
di manifestare la propria religione o il proprio credo, dice
la Convenzione, non può essere oggetto di restrizioni
diverse da quelle che sono stabilite dalla legge e costituiscono
misure necessarie, in una società democratica, per
la pubblica sicurezza, la protezione dell'ordine, della salute
o della morale pubblica, o per la protezione dei diritti o
delle libertà altrui. Deve dunque esistere un equilibrio
ed un chiaro rapporto tra libertà di religione e libertà
e diritti altrui affinché l'esercizio dell'una non
vada a ledere l'esercizio e l'esistenza degli altri. E' questo
il delicato e fondamentale tema della Tolleranza, per la cui
comprensione ci viene in aiuto una importantissima dichiarazione
dell'UNESCO datata 1995: la Dichiarazione dei Principi sulla
Tolleranza. Premesso che la tolleranza viene definita come
armonia nella differenza e come virtù che rende possibile
la pace e contribuisce a sostituire la cultura della guerra
con una cultura di pace, è oggi più che mai
necessario sottolineare con forza che tolleranza, e quindi
anche tolleranza religiosa, non significa concessione, condiscendenza,
compiacenza. Tolleranza significa che ognuno è libero
di aderire alla proprie convinzioni ed accettare che gli altri
aderiscano alle proprie. Significa prendere coscienza che
gli esseri umani sono, naturalmente diversi in aspetto, situazione
lingua, comportamento e valori. Significa che le proprie opinioni
non devono essere imposte agli altri. Significa, però,
anche che l'esercizio della propria libertà non può
e non deve ledere i diritti e le libertà altrui. Tradotto
in termini di libertà religiosa, la tolleranza non
può venir in nessun caso invocata per giustificare
attentati ai valori fondamentali dell'uomo, in primis la vita
e l'integrità fisica, o per avvallare l'ingiustizia
sociale, con il precludere, ad esempio, l'accesso ad un'adeguata
istruzione a vaste fasce di popolazione.
Nella vasta produzione normativa delle Nazioni Unite esiste
uno specifico documento che tratta dell'intolleranza religiosa:
la Dichiarazione sull'eliminazione di tutte le forme d'Intolleranza
e di Discriminazione fondate sulla Religione o sul Credo.
Questa Dichiarazione è stata emanata dall'Assemblea
Generale dell'ONU, cioè dall'organo delle Nazioni Unite
composto dai rappresentanti di tutti gli Stati membri. Il
documento ci fornisce una esauriente definizione di intolleranza
religiosa: l'espressione "intolleranza e discriminazione
fondate sulla religione o il credo" sta a significare
ogni forma di distinzione, di esclusione, di restrizione o
di preferenza basate sulla religione o il credo, avente per
scopo o per effetto la soppressione, la limitazione del riconoscimento,
del godimento o dell'esercizio dei diritti umani e delle libertà
fondamentali su una base di eguaglianza. La Dichiarazione
poi tocca un punto importantissimo nella lettura delle vicende
storiche: l'inosservanza e la violazione del diritto alla
libertà di religione come origine diretta o indiretta
di guerre e di grandi sofferenze inflitte all'umanità,
in special modo quando siano servite come mezzo d'ingerenza
esterna negli affari interni di altri stati e per attizzare
l'odio tra i popoli e le nazioni.
La libertà di religione e l'intolleranza religiosa
come causa diretta o indiretta di guerre sono purtroppo ancora
oggi tema di grande attualità in ogni parte del globo,
compreso anche il mondo occidentale dove prende sempre più
spazio il dibattito sullo 'scontro di civiltà', con
riferimento alla civiltà occidentale cristiana e alla
civiltà araba mussulmana.
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