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Iniziative Culturali Interattive
POETI LIGURI

Bruno Rombi


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Riti e Miti

(estratti)

 

A ROSALIA

Ed ora eccomi qui,
seduto sull'orizzonte
del fiume della vita
che inesorabile scorre,
ad attendere un segno
del tuo essere
ancora a me presente,
a indovinare un gesto
per quanto volubile
che tracci nell'aria un bagliore
che tè mi ricordi.
Ed è attesa tremula e triste
che basta una foglia a sfatare
o il trillo d'un passero
che s'alzi nel cielo.
E intanto scorre sull'acqua
che, accesa, riflette una luce,
il senso ancor della vita
che più tu non hai.
L'acqua che il sole riaccende
e fa sbocciare una rosa,
di quelle che tanto tu amavi,
inutile appare nel giorno
ora che non ci sei,
ora che sei partita
quasi come foglia
che il vento strappi con forza
dall'albero cui rigogliosa
un attimo prima era avvinta.
E l'albero spoglio di te,
scosso da incauta rapina,
si sente privar della vita
e sanguina, sanguina al sole.

 

 

 

 

 

 

 

ATOMO D'AMORE

Ora le strade del mondo
assorbono ogni luce.
In esse, spente, due candele
— i miei occhi —
mimano il loro senso,
mentre seccano sull'albero scomposto
in rami e rami di pensieri
le mie solitudini.
Muto il mio incedere
alla ricerca della fonte
dove tutto ha bianchezza.
E al passo, tra l'intrico del sole
legato al carro della vela
un vento, ampio quanto un oceano,
soffia impetuoso sul sorriso della mia bocca,
che gela al richiamo d'un nome
fattosi oscuro simbolo.
Nella luce accecante d'un atomo
carico d'amore.

 

 

 

 

 

 

 

CRONO E GLI UOMINI

II Cielo non s'accoppia più alla Terra
notturnamente
e Crono divora tutti i figli
appena generati dalla madre.
In giorni quali i nostri senza amore
temiamo vendetta dal Padre
sempre più intorta
nella scaglia di notte
che ci stringe.
A procreazione sospesa
viviamo nel grembo antropofago,
sperando che l'egemone Zeus,
infranto il buio ci avvii
fraternamente
al corso della storia
di noi ancora dei.
Un segno visibile preme
dell'aurea stagione e
urge lo sprocco
di una vita squillante
sottratta al paterno dominio
e libera infine.
Intanto Crono sovrano
ad uno ad uno ci inghiotte
nel cupo otre
appena usciti dal grembo materno,
appena protesi alle ginocchia
del nostro approdo.
Così come ci genera a capriccio
Crudelmente ci divora.
Lontano è ancora il giorno in cui Zeus
Libererà la terra dal mostro.

 

 

 

 

 

 

 

 

IO, PALLANTE

Nelle ermetiche agonie
del grande Caos
dal padre Urano, mutilo di sesso,
caddero sulla Terra
gocce di sangue
e così noi Giganti forma prendemmo.
Nato selvaggio come i fratelli,
lanciai fuggendo al serpente
dei Campi Flegrei
pietre e alberi in fiore
mentre la madre Gea
cercava erba esculenta
per noi affamati.
Ma Zeus proibiva ogni luce
d'Aurora, Luna o Sole
prima ch'Egli stesso non avesse
la magica erba trovato.
Fu duro a frangersi il vetro-tormento
della soglia notturna
mentre picchi di smarrimento
crescevano ad ogni passo.
Per me Pallante con torce di silenzio
rose ostili oltre il cancello
dell'immensità trasparente.
E Athena feroce sugli spalti.
Di me scorticato Pallade
fece suo scudo.
E cantò l'epinicio per giunta
mentre la mia sandracca
divenne acqua nel vento.

 

 

 

 

 

 

 

Il battello fantasma
(estratti)

 

 


IO, MARE

Un isola, una spiaggia,
e, quasi per sussulto, il mare.
Che mi rivela un'alba.
La mia infanzia sale
tra sole arena e vento
e giochi tra i ginepri.
Poi un grido, forse un volo
per un segreto percorso:
un sogno emerso.
Così inizia il viaggio
la mia avventura
in cerca di radici dove il mare
in rivoli disperde fra le coste
il suo umore e il mio:
il nostro sangue.
La mia linfa è nell'acqua.
Mi riconduce al segno d'un evento
all'immagine cauta d'una vita
da attraversare,
me riflesso nell'altro:
nel tangibile segno delle aurore
di un'alba fenicia
mentre il molok m'arde.
Questa la gemmazione dell'evento
mentre cerco il segno, la mia traccia
nelle ceneri calde
per rinascere ancora
nell'aranciosolare mattino.
E ancora il mare, mio sangue,
annoda il tempo all'alba
della mia vita
riflessa nello specchio ribaltato
del mio essere multiplo:
vicende in me riassunte
amalgama di sensi e di tensioni.
E moto, e tempo, e il mio essere
e incerto e irreale
nel sentirmi mare
che sale e scende in oscure maree
in calme estese a sfinire
ora in spuma su sabbia
che lentamente in bolle
esplode al sole
che con lieve carezza
tutto m'arde.

 

 

 

 

 

 

 

PARTENZE


Potresti essere partita
come più volte un tempo
nel corso della vita
per viaggi che tu amavi,
o essere lontana
per giorni solamente.
Potresti: è un verbo amaro
perché non ha riscontro
nel modo ne nel tempo.
Tu non potresti più,
anche volendo andare,
che volare a me attorno
e sussurrarmi piano
il tuo muto conforto,
col supporto di un bene
che non mi hai mai
negato, e dirmi perché mai
non fummo poi in Marocco,
ne mai alle Canarie,
pur noi avendo detto
più volte, a più riprese:
Partiamo, andiam... quel mese.
Forse era destino
che non ci fosse l'Africa
nel nostro continente:
quello che noi abitammo
insieme intensamente,
ma solo un po' d'Europa
anche se confinaria
come l'Islanda muta
silenziosa e deserta,
o come la Turchia i
esotica e ridente.
Ora è passato un anno
da quando sei partita
per mete misteriose
che io non so pensare
e m'è rimasto un mare
immenso, dentro il cuore,
tutto da attraversare:
il mare del silenzio
solitario e pensoso
mentre mi trovo ascoso
su una riva, piangente,
senza poter andare...
e vedere, e amare
ciò che amammo insieme
e che resta un mistero
tutto da esplicare.

 

 

 

 

 

 

 

LÀ, DOVE ANCORA...

Là dove ancora cresce
l'albero del fico
e la notte sussurra
le favole del tempo;
là dove ancora il pino
tinge la sua ombra
di salsedine e di alghe;
là dove infanzia vuole
che sussista l'inganno
oltre lo svelamento del vero
che non ha più spazio,
là tornerò col cavallo di paglia
correndo su strade di nubi
per cogliere ancora un frutto
dall'albero della menzogna
e assaporare l'ombra
dal cuore resinoso del pino
il cui profumo giunge
alle narici
da lontananze arcane.
Perché è là, sotto il fico,
o forse sotto il pino,
che il nonno della favola
dai capelli d'incenso
e la voce di merlo
narrava di un tempo
in cui tutto era terra
e pane..
E noi, eterni bimbi allora,
non sapevamo che il fico
e il pino
e ogni altro albero
col dono dei loro frutti
implicano il fuoco
e col senso
delle loro radici
la profondità delle caverne,
dove scivolano ancora le ombre
di tutti i fantasmi
delle nostre favole.

 

 

 

 

 

 

 

ENIGMI ANIMI (estratti)

 

 

Case cubate, a tratti, fra strade ampie
a confini di sogno,
e, crivellata da risa di bimbi a convegno attorno al tuo
[monumento,
piazza del mio paese,
su diagonali di venti d'ogni quadrante.

Memoria audace d'infanzia
si amplia in ogni tuo spazio
a luccichio intenso di bolide
sul tuo deserto campo di piastre.

E sul margine di smemorato rimpianto
la corsa disperata a toccar puma
o imbizzarrito cavallo a schiena di compagni.

Vaghe fantasie al tocco che suona mistero
nell'arcano verso del rebus
avampesvidovadoves
avampus...

 

 

 

 

 

 

 

..Jl lungomare... catene a mezzaluna di barche
in carosello tramontano di salso,
e salti, e nascondino di capriolo
ov'io dipano e respiro concerti
e fuochi antichi a memoria d'inconscio
languido riporta la carne d'azzurro.
...il lungomare... scabro pendìo d'ortiche
in Rivassa misteriosa e profonda
tra la punta che taglia
e l’Isolotto che sfila
alghe e alghe, in ciclo mulinate.
...il lungomare... il lungomare antico
manto di cemento cancella bianco al ricordo
di grumi di ginepri e...

 

 

 

 

 

 

 

Città calda di luglio :
bal'uginii di rondini. Rumori.
Dalla finestra aperta sulla strada
(passa l'autobus giallo, una carretta...)
guardo il castello, opaco al verde alto
e, nei giardini, bimbi, smorti.

Qui, dove le curve son tornanti
d'ampi palazzi squadrati,
l'iodio è ubriaco fantasma.

città di mare, Genova?
Non sallsoaspro giunge alle narici,
ma benzoatanìdridocarbomco.

Salvo che tramontano non si svegli
a sputar tutto là, in mezzo al golfo.

 

 

 

 

 

 

 

L’ARCANO UNIVERSO
(estratti)

 

 


NON PIÙ IL CALVARIO


Non voglio risalire il Calvario
dove si spense la gioia
del Cristo fratello
e s'accese l'appello alla vita
perché oggi la vita non s'ama
ed il dolore nasce dalla morte
delle cose più vive
delle cose più vere,
perché oggi la fede consiste
nel creare un domani
ricco di beni da gioco,
perché ci si danna per poco
e quasi per niente ogni giorno.
Non voglio risalire il Calvario
per ritrovarvi il Cristo
ancora messo in croce
e la folla osannante che dice:
- Bruciatelo, al rogo
perché è uno sporco ebreo
un uomo senza passato
un uomo senza futuro.
Non voglio che ancora sul muro
della vergogna e del pianto
si incidano i nomi dei morti

 

 

d'amore fraterno,
d'odio filiale,
di violenza carnale
di padri senza più figli.
Non voglio salire al Calvario
e giunto al cospetto del Cristo,
mio salvatore,
arrossire e arrossire per ore
del mio continuo mentire
a me stesso,
del mio ingannare la vita
con la promessa assurda
di un bene inesistente,
con l'offesa più cupa
alla speranza e alla fede.
Perché di fede più nessuno muore
e sul Calvario
torna solo il Cristo fratello
ogni giorno, ogni ora
ed è stanco di morire per noi
e di rinascere ancora
per constatare solo il nostro orgoglio
la nostra indifferenza
e l'incapacità a imparare che vivere
è continuo donarsi per niente,
forse soltanto
per sentirsi gridare con sarcasmo
che sei l'illuso di turno:
il povero Cristo di sempre.

 

 

 

 

 

 

 

IL GIROTONDO CHE NON AMO


Non amo il girotondo degli amici
che si fanno bambini un po' ruffiani
per ottenere un dolce dalla mano
che si porge aperta come un cuore
e palpita e generosa trema.
Non amo chi ti scava nelle piaghe
a tua amarezza antica con morboso
senso di pietà e di scongiuro,
non amo chi si finge con tè puro
e t'inganna, e tradisce, e poi t'osanna.
Sento che il girotondo è solo un gioco
che dura quanto il gioco dei bambini,
un gioco assai perverso, calcolato,
che mira a pervenire solo a un fine.
Raggiunto che sia quello poi ti accorgi
che il girotondo era soltanto un gioco
a spirale, crudele ed infingardo.
Resti solo e sperduto con lo sguardo
che vaga intorno in cerca d'un amico.
E tutt'intorno resta solo il vuoto
e lontane le ombre dei ruffiani
che se ne vanno paghi dell'inganno,
pasciuti dalla gioia del gran danno
commesso nei confronti di chi ha un cuore.

 

 

 

 

 

 

 

BIMBI NEGATI


Bimbi soldati,
cani gentili e muti,
oscuri barlumi d'incenso
su un lager più ampio ogni ora.
Scenario d'una recita attenta
al ritmo della parola
con suoni di tam tam
dalla foresta
dove un cuore leone
confida il pianto alla luna.
dove l'uomo è un gigante
dove l'orrore è morte
è nenia per ogni creatura
che, per sventura, nasce.
Bimbi giammai cresciuti
sullo scenario muto
da un egoismo che non ha misura

 

 

 

 

 

 

 

MALINCONIA

Malinconia
attesa di un'ondata di orrore
che muta un uomo in animale osceno
che stupra e uccide
e mangia a pezzi il cuore
del fratello che muore.
Malinconia
malattia d'una folla imbestialita
cui la vita risulta
una certezza dubbia
un'entità assoluta
come il nulla
Malinconia
per un mondo che muore
nell'orrore
senza più misura
di pietà,
senza più umanità

 

 

 

 

 

 

 

CANZONE ALL'ISOLA

Il grano è biondo là, nella pianura.
Il castello, sul monte, diroccato
sorride al vecchio che
ramingo al vento
avanza come l'onda del maestrale.
È caldo il grano nella luce intensa
dell'astro che divora
ombre e incenso.
Piace al grillo il concerto di cicale.
Sul mare, immenso, brilla incantamento
d'un delfino che gioca
con il sole.
Generoso il lamento, ora,
nell'aria. Fantasmi e miti usciti dalla storia
arguti e stanchi
avanzano smarriti.
Si sentono le voci degli antichi:
i saggi, i folli, gli obliati eroi
e qua e là, fra le ombre, anche i vinti
ai vincitori uniti
danno un abbraccio al sole
che s'addormenta.
II grano ondeggia
il sole s'è chetato
il vento che dal mare
acuto canta
spoglia le spighe d'ogni rimembranza
e lascia all'aria
eco di bardane.
Le cicale sono stanche, ossido e mirto,
nella terra che dorme nella notte
e i cavalli sui campi rossi e bianchi
riverberi disegnano sui fratturi.
Nel cuore verde di lentischio forte,
nel cuore ossuto come un sughereto
risuona un ballo che cadenza amplia
e si morde la coda circolare:
un ballo, il ballo tondo
come il tempo
che ritorna a cantare.

 

 

 

 

 

 

 

OLTRE LA MEMORIA
(estratti)

 

 


DEL GABBIANO IL MARE

Snoda la lunga estate su arenili
folle illuse d'un regno.
Si gioca ad un possesso inesistente
sul filo d'acqua di mare.
notti silenzi scavano
tra castelli d'arena
eremi stanchi.
Poi, morta l'estate,
folle ritornano lontano
alle cose importanti.
Sulle sabbie redente
giocano, a fil di sole, come lampi,
innocenti gabbiani.
Ogni volo un possesso, un canto,
un mondo,
nell'infinita varia palpitante
vita che vola.
Il sogno, che per l'uomo durò un'ora,
definito da un luogo ben preciso,
or s'allarga e respira
e s'infinisce
questo esteso abbraccio delle ali.
E' del gabbiano il mare
e del suo cuore.

 

 

 

 

 

 

 

CANTO DI SETTEMBRE

Sulle corde del vento
suona settembre
lande di silenzio
smarrite in autunno.
Acque e mirti riaffiorano al cuore
con voci infinite che suonano
ai bordi dei moli,
su sabbie sfinate a morire.
Muta quest'anima nostra
riscopre stagioni nel sole
che s'apre ad albe d'incenso
e fantasmi accompagna remoti
oltre la storia
di noi che partiamo
Li in ceneri bianche,
particele di massi
levigati dal mare,
per mete arcane.
Con arsure sempre diverse
che solo le fonti d'origine
acquetano.

 

 

 

 

 

 

 

Bruno Rombi, nato a Calasetta (Cagliari), da circa quarant'anni vive a Genova dove svolge intensa attività artistica. Poeta, scrittore, critico letterario, pubblicista, nonché pittore, ha curato per anni il supplemento letterario "Letture d'Oggi" del quotidiano genovese "II Lavoro". Collaboratore di quotidiani e periodici, è autore di una ventina di volumi poesia, prosa e saggistica, fra cui citiamo: Canti per un'Isola- poesie - prefazione di Francesco Pala - (1965); La Nuova Repubblica e altri racconti (1969); Oltre la memoria - poesie - Prefazione di Angelo Marchese - (1975); Forse qualcosa - frammenti Urici- Lettera introduttiva di Vittorio Messori - (1980); Enigmi animi - poesie - Prefazione di Giorgio Bàrberi Squarciti - (1980); L'attesa del tempo - frammenti lirici - Lettera introduttiva di Carlo Bo - (1983); Sebastiano Satta, vita e opere (1983); Morovich scrittore tra gioco e sogno (1986); Un anno a Calasetta (1988), Angelo Barile, l'ospite discreto (1989); Riti e miti - poesie - Prefazione di Francesco De Nicola- (1991); Un amore - poesie - Introibo di Marco. A. Aimo - (1992); Salvatore Cambosu, cantore solitario (1992); L'arcano universo - poesie - Prefazione di Elio Gioa-nola - (1995), Morovich oltre i confini (1997); Otto tempi per un presagio poemetto - Introduzione di Franco Croce - (1998); Sardegna madre di pietra (2000); Poesia come luce in Italo Rossi (2001), Il Battello Fantasma (prefazione di Luigi Surdich) 2001. Giocare con le parole (Prefazione di Pino Boero) 2002, Vuxe de Cadésedda (prefazione di Fiorenzo Toso) 2002.
Ha pubblicato inoltre in volumi, riviste, o negli atti di convegni di studio, saggi su Elio Andriuoli, Salvatore Cambosu, E. De Amicis, Grazia Deledda, Giovanni Descalzo, Giuseppe Dessi, Francesco Masala, Vittorio Messori, Eugenio Montale, Enrico Morovich, Angelo Mundula, Mano Novaro, Carlo Pastorino, Antonio Puddu, Italo Rossi, Salvatore Satta, Sebastiano Satta, Ignazio Silone, Giuseppe Tornasi di Lampedusa, e su diversi scrittori stranieri (Bakevski, Damian, Friggieri, Vishinski, ecc.) Ha partecipato a convegni letterari in Francia, Belgio, Svizzera, Jugoslavia, Russia, Polonia, Malta, Macedonia e Romania e pubblicato suoi scritti in latino, francese, inglese, spagnolo, polacco, maltese, rumeno, macedone, sloveno, catalano, corso, portoghese e urdù. All'estero sono stati pubblicati sei volumi di sue poesie.


 




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