| ANTOLOGIA PERSONALE
DA CORSO ITALIA
(Genova)
Case sui monti, case girasole
rosse di vento, cui salivo in cerca
di luce, a gambe svelte, alto come
i muri delle crose, a voi ripenso,
se vagando confuso per il corso,
tra i clacson grigi odo qualche tonfo
d'onda, che si alza sopra un nero scoglio.
Fresco, contro di voi anch'io spumeggio.
(da Fra due città, S. Marco dei Giustiniani, Genova 1981)
I BERSAGLIERI
Forse è soltanto un inganno
della mente stordita,
ma io sento o mi pare talvolta,
come una musica di ottoni
che viene da molto lontano,
da un buio rosa d'infanzia.
Dentro e fuori di me
s'innalza, in uno spazio
più ampio e pauroso
del grande mondo. A confronto
con il suo rombo, perfino
il lamento dei popoli lungo
i miraggi della storia, somiglia
al fruscio di un disco consumato.
Passano i bersaglieri del tempo,
con una fanfara di trombe nere,
di corsa, piangendo, verso
la porta che divora, l'Empia.
(da Grovigli, Ediz. di Resine, Savona1983)
LETTERA
Se nel ventre scenderai
della città infinita,
procurati la confidenza
di qualcuno di quelli
che chiamano cristiani,
guardalo intenso negli occhi
stupiscilo di gioia.
Mi dicono che è gente
indifferente alla vita,
che le muse disprezza
e a un luminoso marmo
che ci raffiguri per sempre
preferisce la notte
inestinguibile dei sensi.
Gente è ancora, mi dicono,
che come folle attende
un di là in cui guariti
del male di esistere,
in estasi si contempli
la maestà di un iddio
unico, solo. E immenso
lo disegnano, mentre
con gesto ignoto l'aria
divide o scaccia la luce,
minaccia o forse accarezza.
È difficile capire per noi
che non siamo sottili
ma dominiamo il mondo.
(da Molti dei, S. Marco dei Giustiniani, Genova, 1983)
ODISSEO
I vincitori ignorano la casa
e fino a un certo punto io fui così
guidato dalle stelle, da appetiti
furiosi. Solo quando incanutii
ricordai l'alleanza della moglie
del figlio sconosciuto, ma cercai
più che loro, la pena che in loro
come vinto potevo suscitare.
Perché amara è la sorte di chi torna
dal trionfo e racconta a vecchi amici
invidiosi e ai parenti le avventure
breve è la meraviglia, un giorno scopre
attorno a sé la noia e cerca il sonno.
(da Molti dei, S. Marco dei Giustiniani, Genova, 1983)
PREGHIERA
In nome della terra,
della pace che fu guerra,
della guerra che sarà pace,
dell'invincibile ombra
che i volti cancella,
io, solo io, dalla notte,
da lunghi lontani silenzi,
indifferente alla polvere,
pagano dai molti dei,
bianco di capelli, pulito
nel corpo, negli occhi:
cercate di non soffrire,
siate umani.
(da Molti dei, S. Marco dei Giustiniani, Genova, 1983)
Da "MONOLOGO DI PENELOPE"
Ad Anna Menichetti
Sei tu, torni davvero, e da dove, da quanto
tempo manchi, di quanto tempo fa è la tua voce,
allora correvo per strade piazze, sola, o con te
con il mondo, luce dovunque, divorando
cieli, ora cammino, talvolta rido di me,
attenta al marciapiedi, il mio respiro sibila
se affretto il passo, ho grate di prigione
nel petto,
e sei di nuovo qui, sei proprio tu,
l’atteso, il pensiero di fuoco, com’eri lieve
tenero quando narravi storie sovrumane,
rapimenti, notti che non conoscono alba,
mi davi sopori blandi, non il manto di cuoio
del sonno che opprime,
e sei di nuovo qui,
in mezzo a queste cose, cieca, che non so più
distinguere, polverose, pachidermi imbalsamati,
mi circondano mute, anch’io tra loro ferma,
sedia davanti al tavolo, statua...
(da Le amorose fiamme, S. Marco dei Giustiniani, Genova, 1999)
PIAZZA DELLA VITTORIA
Giù per la scalinata,
di sera, era settembre,
il sole spogliava di luce le aiole dell’esedra,
tu ricordavi i versi del triste Mimnermo
“noi siamo come le foglie che la fiorita
stagione di primavera genera”,
ma che gioia
la tua gonna al vento, che fiori rossi
mentre le nubi correvano verso la notte,
frusciavano nei tuoi occhi petali freschi,
io ero pieno di colori, avrei voluto cielo
più cielo per gridare,
che importa se i versi
di Mimnermo sono veri, se qui, se ora
sono felice come se la vita degli uomini
durasse per sempre, in eterno,
ma quanti
anni fa, o l’anno scorso, o mai, noi giù
per la scalinata, di sera, nel sole che muore.
(da Le amorose fiamme, S. Marco dei Giustiniani, Genova, 1999)
LETTERA
Stamane, era l’alba, non ti so dire l’ora,
la vita è esplosa,
ma come è possibile che
tu non abbia udito nulla, non abbia veduto
nulla, se da ogni parte brillavano fuochi,
tutti correvano allegri a guarda!re a sentire,
cercando di capire che cosa saltava in aria,
mentre tra cielo e sole volavano monumenti
chiese case strade, la terra era verde libera,
chi gridava “finalmente, quanto ho atteso
questo momento”, chi ghignava “non ci sarà
più quel luogo d’incontro, quelle parole
senza senso”,
correvano allegri, guardavano
sentivano,
esplode così di rado, sempre piatta
grigia pesante, la vita, contiene solo ferro
marmo acqua, quando si scioglie è sabbia.
(da Le amorose fiamme, S. Marco dei Giustiniani, Genova, 1999)
DONNA D’AMORE
a mio padre
Suona, suona per me, è sera, sono solo,
se n’è andata o forse non è mai venuta,
suona, ti prego, anche se da molto tempo
non ci sei più,
c’è ancora il pianoforte,
nessuno lo tocca, qualche tasto è polvere
vola, ma anche fossero tutti d’aria potresti
suonarlo, sei un fantasma, e allora lancia
note in cielo,
suona, caro mago di minuetti
ciaccone bergamasche, ti prego,
sono solo,
non è mai venuta o forse se n’è andata,
inganno a me, inganno, quanti anni fa, a te,
non importa chi è, è lei, non ha mai nome,
ma è, lo so, proprio la stessa,
taci la baci,
la prendi come,
sai che lo è,
donna d’amore.
(da Le amorose fiamme, S. Marco dei Giustiniani, Genova, 1999)
A EROS
Dicono che sei morto perché hai perso la faretra,
ma ieri, io e lei seduti nel vecchio caffè elegante,
hai colpito il mio bicchiere proprio mentre stavo
recandolo alle labbra,
forse non sei morto, sei solo
invecchiato, i tuoi occhi non ricordano chi dovevi
ferire, infrangi un vetro, macchi di rosso, esulti,
ma no, non è sangue,
scialbo che sei diventato,
lei,
il suo cuore dovevi trafiggere, lei che mi rimprovera
di non vedere il sole, di essere cieco ai suoi raggi.
(inedita)
IL GRANDE DIO LUMINOSO E FRAGILE
Ah il tempo, questo nostro figlio
che non riusciamo ad abbandonare,
che cresce cresce fino a diventare
- che terrore ci dà -
un gigante,
a farci
dire chi sei tu? non ti riconosco
non so nulla di te, mentre la nostra
coscienza viene lentamente meno,
ah il tempo, ucciderlo in tempo,
nel momento in cui si sfioca
tenero, quell’attimo che ti dico
ti amo, tu in gioia ripeti ti amo,
il due è l'uno, l’uno è il tutto,
il grande dio luminoso e fragile.
(inedita)
APPENA SARAI SPENTO
Corpo, amoroso corpo, per la sua cella rosa
fresca rugiadosa, assistimi questa sera,
sii desiderio che,
vorrei insieme con te,
tu ed io spettatori di me, con le più sciolte
movenze, buio pianeta, attorno a lei,
solo sole, danzare,
corpo, amoroso corpo,
appena sarai spento,
ma brucia, legno, brucia
finché non resti nulla,
concediti ancora a me.
(inedita)
UN GIORNO DI SETTEMBRE
Era,
ti svegli, ridi, non sai perché la vita
all’improvviso canta, esci di casa, hai ali
di gabbiano,
era un giorno di settembre
così lontano, sotto un leggero involucro
d’azzurro un vento svelto glabro distendeva
il mare,
e corri, sono tue piazze e strade,
ragazzo innamorato, al primo appuntamento,
ma lei non c’è,
tremi, fa freddo, è inverno.
(inedita)
PREGHIERA
Corpo brutto grazioso, orribile incantevole,
tu, l’esistente, l’unico, il senza nome
(mentre
il piacere mi assale, onda gigante, a farmi
gli occhi persi, e abbattuto mi impiomba),
in questo letto di rose d’ortiche, che lunghe
ore vuote che silenzi che bianco, senza il tuo
caro peso
(la notte lancia in volo farfalle morte,
l’aurora sparge spoglie violette, dalla finestra
penetra un fiato spento),
e questa sera come
sei già violato, come sei già goduto, prima
che in te io mi consumi per quel lampo,
mio corpo appassito, sfatto accidioso olio,
come sei gatto fermo immobile di cotone
(o le mie mani ti hanno svuotato e sei gonfio
del mio sconforto, o per me già si spalanca
il ritorno alla grotta)
davanti a lei che aspetta,
ignuda luna, laghi azzurri di pupille,
stelle rosa dei seni,
mio corpo, tu che hai
fonde radici in terra, rami in cielo, e tutto
sei, gioia lutto, dai e sottrai amore, mio
condannato, non condannarmi,
(questa
sera guardo là dove di me sta in ansia
la più leggera delle mie parti vive,
la silenziosa che si scioglie, l’anima)
ascolta, te lo chiedo da questo poco fuoco,
fammi rientrare in te, corpo brutto grazioso,
orribile incantevole, l’unico, l’esistente,
finché non esista l’Altro, l’ignoto, l’elefante
che carezza, la tigre che ride nel bosco d’oro.
(inedita)
ASCOLTALI QUESTA VOLTA
Forse c’è ancora a Napoli in quel torrido vicolo
quel caffeuccio stinto dai tavolini di marmo,
le sedie di ferro smaltato, le coppie che parlano
ridono a voce di teatro,
bevevamo così assetati,
l’estate curvava i fiori, l’amore springava salti
di gatto rincorso da un bambino capriccioso,
o sostava con il peso dell’auto rimasta a secco
impietrita,
“ah, davvero strano questo Vesuvio,
quasi”, dicesti, “un cappellino elegante, e subito,
bellezza orrore, è un gigante che vomita fuoco
penso a noi che bruciamo”,
forse c’è ancora
a Napoli, se ora in me, noi persi, si riannoda
l’eco di quei giovani in giallo e in rosa, in posa
di gioia, che cantano,
ascoltali, questa volta,
ascoltali, non perdere una nota,
“I te vurria vasà”.
(inedita)
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