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CLUB UNESCO DI GENOVA

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Iniziative Culturali Interattive
POETI LIGURI
Vico Faggi

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 CONTENUTI DELLA PAGINA:

MESSAGGERA


Anche la tua bellezza è prigioniera
de l'orizzonte della finitezza,


pure vive, mi abbaglia,
mi dischiude pensieri non usuali,
lancia il suo strale, avvia
l'attimo che trascende,


è presente ed è immersa
nel pullulare del tempo,
pure allude a qualcosa d'incorrotto
che forse non perirà.


Tu non sei die il presagio,
mia splendida messaggera,
di una impossibile divinità.

MI DISPERDO. LA NOTTE

Mi disperdo. La notte intorno a me
ansa un respiro illmite. Su invisibile ruote
remiga il firmamento
ed il silenzio ha brividi.
Sul mio notes
graffisco il tuo nome.

EPICEDION

La strada di campagna
tra gli spini le razze


ripida rapida ascesa
tra i ciottoli le pietre le boazze.


l'odore di pollaio. Ne l'aria sospesa
una gallina chioccia...


Fruscia il silenzio, frémita. Se tendi
l'orecchio, se la sorte
ti assiste, se questa
è l'ora propizia,
forse dalla penombra
di quelle siepi magre
per un attimo forse
ti raggiungerà
giovane non velata
non incrinata voce
tua madre.

S'affaccia.

È ragazza.

Scompare.

Scendi deluso, incontri l'asfalto
sulla strada declive.
Un'insegna uno smalto e già s'adagila
s'aduggia si rifugia dietro valli di ontani
l'isola delle ville. Tu sai dov'è la casa
di Bellentani: solida
nelle sue pietre quadre
bene scheggiate, ma
sul cancello sono sbocciate
le ragnatele, fiore di Lete. Ignara
la dimora si tace.
Da quanti anni se ne è andato
il vecchio chirurgo che aveva curato
tuo padre?


E il tempo il silenzio ti stringe d'assedio
nell'ora di questo epicedion.

ASSORTA, REMOTA


"Ti ricordi Zabbeni?", le chiedevo
insistente chiedevo, e non ottenni
che gelido silenzio. Ed io premevo
sperando di strapparle qualche segno
d'interesse, di vita...
"Zabbeni che veniva, ripetevo,
a casa nostra, a Broscia,
al tempo del ginnasio..." Ancora tace
e non volge lo sguardo.
"Ora Zabbeni se ne è andato a Nervi
col nostro Silvio, e presto
sarà qui, non capisci, tra di noi..."
Invano mi sforzavo di strapparla
all'astratto silenzio della sua lontananza.


Mia madre era assorta, remota, e tutto svaniva.

VORREI RITORNARE A CASA MIA

Vorrei ritornare a casa mia.
Pronto il bagaglio, pronta la pecunia
per biglietti ed esborsi.
Mi concedo un ritaglio, per propormi
un'idea dell'itinere.


Certamente dovrò travalicare
le montagne assediate dalla neve
e piante scheletrite, riprovare
il gelo l'ansia l'ansito
del rischio mortale;


e poi dovrò solcare
la pianura infuocata, sterminata
dove dispersi e lugubri
s'accendono i vetri dei tuguri;


e la città straniera protesa sul mare
dove vagavo attonito e implume,
e il paese sul fiume
dove la febbre mi assaliva, avversa
alla mia adolescenza.


E sicura la meta ma l'immagine
s'intorbida, si duplica. È la cupida
infanzia che la mira,
è delusa vecchiaia che la fissa.
La mia casa s'eclissa,
ombra mutila abrasa.


Non potrò ritrovare la mia casa.

A LUNGO SONO VISSUTO


A lungo sono vissuto nel paese chiamato Non-Dove:
non ero consapevole, ignoravo
quale fosse il mio stato, quale fosse
quel luogo senza luogo. Ma credevo
di vivere una vita come tante,
...................................un'ordinaria
vita che mai sarebbe
...................................finita.
Certo avvertivo in me, a me d'intorno, indizi:
i pensieri fiorivano, schiudevano
infiniti possibili, ogni cosa
m'era dovuta, mi si offriva. Il piede
procedeva leggero e quasi mi sembrava
di sfiorare le glebe. Qualche volta
un verso mi giungeva, e musica. Una voce
m'attraversava, un colore
mi riempiva di giubilo.
...................................Speranza
si rinnovava all'alba, a sera rinasceva,
il suo slancio creava
visioni di bellezza. Come angeli
mi passavano accanto le fanciulle.

Fu insensibile
il distacco. Mesi ci vollero, anni,
...................................un lavorio
segreto, impercettibile. D'un tratto
copersi che il paese chiamato Non-Dove
era rimasto alle mie spalle, o s'era
dissello. Misteriosa
e la cagione della sua caduta
o del mio mutamento, del mio errore.
È suo ricordo questo
...................................mio stupore residuo
questo rimorso sterile, l'acuta
sensazione di esilio sulla terra.

FAMILIARE


"T i do una berla" disse Robertina,
il bel viso imbronciato.
Oggi tutto è affiorato. E certo questo
è un dono della vita.


Diceva Chiara "Ma ti sembra logico?"
Contestava sua madre imparando a parlare.
Me ne stavo beato ad ascoltare
ed il ricordo è provvido.


Luca scrive a suo nonno: "Meno male
che non sei morto in guerra,
perché tu sei il padre di mio padre
e io ti voglio bene".


Al vecchio nichilista si conviene
questo giorno di tregua.


Non è passato invano sulla terra.

PER GRAZIA RICEVUTA


Nel gurgite nell'uggia nell'usura
del tempo ti ridesti. Quale fuga
ti riuscirà soterica? Tu resti
prigioniero di Cronos.


Non ricercare il senso del tuo esserci.


Dal nulla sorgi, al nulla ti riservi.


Rendi grazie alla sorte, ti consente
di tracciare sul foglio
les traces du fantóme
che reca, per caso, il tuo nome.

FRIGNANO. SILENZIO


(Quanta pace, Friniates, che silenzio,
questo verde più verde lo difende,
lo sguardo si protende
di crinale in crinale
sino al Corno alle Scale
...................................musicale =
...................................mente.
Che vai cercando? Tracce
di affanni, di cacce, di spari,
ansiti dolceamari
del tuo cuore allo sbando
...................................come quando
...................................Thanatos t'inseguia.
Bei posti del Frignano, che ironia
la distanza suprema dei monti:
del giovane che fosti
non troverai le impronte
...................................poi che non conti
...................................niente.
(Una luce sorgiva di fonte
perlacea trasparente
inargentiva tutto l'orizzonte).

LETTERA A EPICURO


Noi le larve, le maschere. Ci spia
di là del tempo, dai beati
intermundia uno sguardo.


Non ha pietà ne simpatia. Non siamo
che polline sperduto nell'illimite
pulviscolo di stelle, di galassie


che si chiama universo. Tuttavia
noi siamo, siamo stati, e nel clinamen
della nostra caduta, infinitesimo


frantume d'un istante, noi abbiamo
esperito bellezza, l'incantesimo
di bellezza e di amore.

Vico Faggi (pseudonimo di Alessandro Orengo) nasce a Pavullo nel Frignano nel 1922. Nel Frignano ritorna dopo l’8 settembre 1943 per partecipare alla guerra partigiana, che nella zona fu aspra. A quest'epoca risalgono le prime poesie.
Esordisce come commediografo nel 1962 Ifigenia non deve morire; segue il processo di Savona (1965) e quindi Cinque giorni al porto (con Squaraina,1969) e Rosa Luxemburg (con lo stesso,1975). Le commedie di Faggi sono state raccolte da Roberto Trovato in due volumi: Parola di teatro (Marietti,1992) e Vero e verosimile (Orso,1998). La strega di Palato è del 2002 (Sipario).
Per la poesia Corno alle Scale (pref. Sergio Solmi, Schenewiller, 1981), Fuga dei Tersi (pref. L. Garetti e A. Marchese (1986, Garzanti) Poetando cose (pref. P. Gibellini Casagrande, 1991) Signora d'Albuison (pref. D. Puccini. S. M. dei Giustiniani, 1996), Svolte (Scheiwiller, 1998), Intra domus (Interlinea, 2003).
Per la saggistica Sandro Pertini sei condanne due evasioni (a cura di) (Mondadori,1970) Strindberg (nuova Italia 1978 ), studi e presentazioni per i pittori Alberto Nobile, Gino Covili, Ugo Sanguineti, Bruno Liberti, Luigi Grande, Luigi Rigon.
Ha tradotto commedie di Plauto e Terenasio (Garzanti), le tragedie di Seneca (Einaudi), tragedie di Euripide e Sofocle (Einaudi).
Ha scritto teledrammi e radiodrammi.
Premi per il teatro S.Vincent (due volte), Fondi la Pastora, Flaiano; per la poesia David (due volte) .Betocchi. Camaiore, Latina, Oggi e domani.