FUGHE
Potresti seguire
quei miserevoli circhi di campagna
così poco attraenti
che portano in giro
sogni molesti
le loro quattro scimmie spelacchiate
due struzzi da macello
che fanno un gran baccano
nelle sere d’agosto
davanti a dieci bimbi
col cono di gelato e
le teste da poeti voltate
dalla parte sbagliata
potresti fare il clown
col tuo viso da clown
e la tua etichetta d’ironica
dillo che rimborsi i biglietti se pensano
di rimediare un sorriso
dillo ma senza perdere le staffe
o passerai come al solito
dalla parte del torto (oh anima schietta oh
docile asino) prova a parlare
guardando negli occhi l’interlocutore
sempre che tu possa parlare
con la tua placenta in bocca
pronta ad esplodere.
SETE
Una sete leggera.
Con le dita sollevi la maschera.
Mezzogiorno steso sulle palpebre.
Lungo fremito del salice
come un gigante che cerca la via
senza nulla spostare.
Scampolo dei fiori. Stridio di ghiaia.
Il chiodo.
Appendervisi. Scagliarci il cuore.
TIRANDO A SORTE
Tirando a sorte
mi hai trovata
impigliata a una tremula radice.
E ora che facciamo?
Sono incidenti di percorso
imperdonabili
dovevamo zittire la parola prima – isolarla –
accecare sul nascere il miraggio del sole!
Ho freddo alle natiche
a furia di star seduta
sulla mia stessa pietra tombale
di purificarmi nel lavacro
di chiedere l’ora e il giorno
per curiosità ma anche
per semplice comodità.
Che fanno le spose dell’abito viola
usato una volta soltanto
lo abbandonano nell’armadio
sul ripiano più alto
o lo fanno a brandelli
spaccandosi le unghie?
Aspetto da te la parola onesta
rimango ansiosa di un’ansia metabolica
che sigilla il pianto nel fondo dell’occhio.
Lo vedi,
sono passeggera sul predellino della sventura
col buio che fiorisce nei capelli arruffati.
Non basta questo a farti desistere?
Davvero persisti nella tua follia?
Guardami. Ottusa. Detesto le soglie.
FINESTRA SU STAZIONE
I treni del mattino s’incrociano
nella maestosa indifferenza.
È quel galoppo disperato
che cerchi di imitare?
Compri cento orologi
all’uomo che vende il tempo
un’altra te fora un biglietto
della tua collezione
agiti gambe leggere
mani leggere,
un leggero addio ha la coda tagliata.
I treni della sera s’incrociano
nella maestosa indifferenza.
POMERIGGIO DI FESTA
Eccola finalmente
la pioggia che aspettavi
s’infoltisce sui vetri con un magro trionfo
entriamo (perché si commettono sempre
gli stessi peccati)
dentro le lenzuola
formiamo in due un arco di roccia
non più salvando nessuna vita
suonando l’amore
con le dita tese
percorrendone i tasti con troppa foga
abbandoniamo là fuori
il mondo intoccabile
(sto lavorando per voi
pare indicarci)
lo perdiamo nell’estivo annientamento
rilucente dei nostri occhi febbrili
come un plico dimenticato
in una delle tante stazioni
commossi
lo anneghiamo con le sue accademie
in un gioioso margine d’ansia.
VIE DEL SONNO
È illudersi.
Il sonno
non uccide le voci.
E si battono come gladiatori.
STRATIGRAFIE
Ti svegli nel fuoco,
danzi tra proiettili che peraltro
non temi.
Quell’istante dove la tenda
muove a luna accesa tra misteri!
Il nascituro piange.
Il gatto indenne
sul letto come un re esitante.
Lei saltella
in fervida preparazione di coperte,
per niente, preventivamente.
Colpi d’ala
per recidere il bianco.
Entri / esci dalla notte.
AUTOPOIESI
Sei tu il perno
di questa mandibola.
Ciò che si rileva sul mappamondo
è l’impronta del tuo capo eretto.
Le braccia come pale
(regolarmente) girano nel vortice.
Così cresci: alta in quota
mirando segnali di clemenza.
Elevazione lenta ma sicura.
Difficile, è vero,
valutare quali sono le effettive urgenze
difficile valutarle – di questi tempi –
quando il re, controvoglia,
mangia alla mensa
e la regina strappata al pigolio
parte per la guerra.
PREVISIONI
Mentre forse stai dormendo
sognando donne col fiocco rosso
piene di suture invisibili
io, con gli occhi gonfi di stanchezza
la solita bulimia
la cuffia audio nell’orecchio
il rubinetto di là che gocciola
ti dico
ch’è già domenica di
tentacoli
siamo in viaggio per
una stagione morta
resi lucidi dal lento cammino
nella genesi delle destinazioni
(neppure le bozze di noi da correggere!)
e non avremo sorprese mattutine
e sarà questa la vera sorpresa.
Viviane Ciampi, francese d’origine italiana, è
nata a Lione ma vive a Genova dove lavora come traduttrice.
Ha ricevuto premi in vari concorsi di poesia e prosa in Italia e, a Dublino,
il Premio degli Editori conferitole dall’Istituto Italiano di Cultura.
È presente in antologie e riviste nazionali quali Nuovo Contrappunto,
Vernice, Marea, Issimo, Astolfo, e in lingua francese: Recueil, Poésie
1, Aujourd’hui poème, Autre Sud, Rehauts, Hélices, Comme
en poésie (Francia) e Estuaire, Arcade (Canada).
Una sua pièce è stata rappresentata nel 1998 al teatro di Sant’Agostino
di Genova con la regia di Daniela Ardini.
Ha tradotto dall’italiano al francese poesie di Vico Faggi, Donatella
Bisutti, Luciano Roncalli, Elio Andriuoli; il poema Invito a Palazzo e l’opera
teatrale I Templari di Elena Bono e dal francese all’italiano alcuni poeti
francesi tra i quali Jacques Darras, Sabine Sicaud, Márcia Theóphilo.
Collabora come lettrice al Centre Culturel Franco-Italien Galliera di Genova.
Nelle ultime edizioni del Festival Internazionale di Poesia di Genova ha curato
le “simultanee” di Fernando Arrabal, Breyten Breytenbach, Tahar
Ben Jelloun, Michel Houellebecq, Marc Delouze, Luuk Gruwez, José T. Mendonça,
Ana Istarú.
In italiano, nel 2001, ha pubblicato Domande Minime Risposte (Ed. Le Mani, prefazione
di Vico Faggi), accolto favorevolmente da Giorgio Bàrberi Squarotti,
Giuliano Manacorda, Davide Puccini, Luciano Roncalli, Donatella Bisutti, Márcia
Theóphilo.
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