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Iniziative Culturali Interattive
POETI LIGURI

Domenico Camera


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I

L’ubriacante corsa dei tram
ci portava a riva,
come una merce senza riguardo.

Su una spiaggia tra i sassi
dove fermare l’ansia da girovaghi.
Eravamo subito spogli
perché il mare ha poche parole
e vuole la nudità.

La pazienza del suo ritmo
ci stancava l’intero pomeriggio.
Le bocche d’acqua rampanti
finivano sempre
schiumando, lunghe e riverse.

Il respiro continuo dell’onda
mi insegnò ad essere caparbio.
Ho imparato anche l’attesa.

 

II

Un sole grande
ci opprimeva, come un assillo.
Uno steccato rigava d’ombre corte,
pendenti come una benedizione,
il nostro riposo, lunghissimo.

Con gli occhi chiusi
si facevano i nostri nomi,
a turno.

Al bagno si andava su carboni
accesi, avanzando verso l’acqua
come trampolieri.
E l’umida lingua di sabbia
era un premio.

Il mare freddo
ci abbracciava
con un brivido scivoloso nel fondo.

 

da Su questa terra
(Sabatelli, Savona – 1970)

 

 

 

 

 

 

 

STRANIERI

 

A mezzogiorno il vento del Melogno
impetuoso taglia il viso
e sul ponte quasi ti trascina.
Il corso d’acqua stenta
e come tutti gli spenti torrenti
di Liguria in una pozza di fango
si addormenta.

Un volo di bianchi uccelli
a capofitto dall’alto nido
si ripercuote lungo la costa,
tramonta all’orizzonte. Altri
si staccano, a turno, con larghe ali
dall’acqua.

Portano nomi candidi le barche
appoggiate sul grande litorale.
Passa qualche turista d’inverno,
pochi paesani nei cappotti allacciati,
stretti nei loro pensieri.
In eguale misura stranieri.

 

da La stessa strada
(Edizioni di “Resine”, quaderni liguri di cultura, Genova – 1974)

 

 

 

 

 

 

 

LA CITTÀ VECCHIA E IL RAGAZZO

 

I

Appena ragazzo muovevo avido
incontro alla città. traversando
il ponente: l’ubriacante corsa
dei tram finiva a Caricamento,
mio porto di terra. Su quella piazza
- con un poco di timore e una stordita smania
di entrare nei vicoli – si apriva desiderio
di capire, essere uomo: ed ero un giovane
che appoggia il capo sulle spalle della madre,
un momento, e poi tenta l’inizio della vita.

 

 

 

 

 

 

 

II

Disteso al sole che si insinua
negli spazi aperti da edifici
o in bilico su muri scalcinati,
avventurato nelle strade anguste
dove vivere è girotondo e tempesta,
ho navigato su lastre di ardesia,
tra il dislivello dei sassi,
scoprendo quartieri che hanno aria
di lutto insieme al canto di festa.
Avvezzo al sale, all’urlo delle voci,
al ferrigno che viene su dai moli;
sospinto dal vento che a Genova taglia
il viso e urta gli angoli delle case,
gettavo golose occhiate alle movenze
amare delle prostitute e le pietre
della città vecchia cominciavo a numerare.

 

 

 

 

 

 

 

III

Allora nulla (o poco) sapevo dei primi Liguri
scesi a commercio coi Fenici, di antiche
usanze tra la collina di Castello e il mare,
di tempi che noi diciamo felici; di piazze
fortificate o della città grande sull’acqua.
Ma vedevo svettare da lontano la torre
degli Embriaci o Porta Soprana incombere
su piazza Dante ed erano i miei punti cardinali,
segnacoli di forza cittadina; altrove,
davanti alla Cattedrale, sfinge che reca
segni misteriosi, nascevano vaghi
terrori, ricordi di epoche oscure.
Nella piazzetta Doria guardavo la gente
[muovere
o i ragazzini calciare nel pallone
come sul palcoscenico di un piccolo
teatro familiare. Spesso
nel portici annosi di Sottoripa portavo
dentro un cartoccio la fame aspra
dell’animale e un odore ficcante di fritture.

 

 

 

 

 

 

 

IV

In un cerchio di mura pellegrino
vedevo la ricchezza dalla faccia torva
negli androni bui dei palazzi
e la miseria che dilaga
sulle fronti di grigie abitazioni.
Portato intorno dai miei curiosi assalti
ho capito la gioia delle battaglie,
la pazienza dell’attesa
che accomuna popolo e signori,
l’esistenza minuta che mette alla finestra
fiori e indumenti stesi ad asciugare,
la fatica della giustizia che sale
per scale attorcigliate, la morte degli eroi;
il cammino forte e ansante della storia.
E quanto ferro e fuoco si consuma;
e quanto dura la vita degli uomini
che popolano questa città,
passano nei vicoli e guardano la luna.

 

da Frecce di carta
(Edizioni San Marco dei Giustiniani, Genova – 1981)

 

 

 

 

 

 

 

CIAÈ

 

Incrocio di case senza vita
spunta, come un cespuglio, tra il versante
arboreo e un ruscello trasparente:

i muri che si sbrecciano e l’antico
selciato, scossi da un’onda, affondano
in un viluppo di erbe selvatiche,
pletorici segni verdi nell’aria;
sopra, nuvole di insetti volteggiano
con disordinati sbalzi nel vuoto
(presenze che, per me, non hanno
nome, né un ruolo giustificato).

Qui, dove riconosco deciso solo
i fili del ragno e il volo
nevrastenico delle farfalle,
sprofondo anch’io, palombaro
troppo ossigenato.

 

da Qualche segno
(Edizioni del Leone, Venezia – 1989)

 

 

 

 

 

 

 

IL NEMICO

 

Una vipera arrotata giace sull’asfalto;
riconosco la serpe. A distanza sicura
sosto ad osservare: è rotta dentro, morente
ma ho paura. Quasi fosse all’estremo
di una molla la testa scatta
in alto, ad intervalli. Guardo,
la scena incanta e non mi piace.

Inchiodata sul grigio della strada
si torce. Ecco un dolore muto, penso,
che non si sente. Non posso né aiutarla
né uccidere. Resto fermo a lungo;
non so che fare. Apre la bocca,
lancia morsi nell’aria per colpire

o forse tenta soltanto di respirare, spera di vivere.

 

da Cronaca di un passaggio
(San Marco dei Giustiniani, Genova - 2002)

 

 

 

 

 

 

 

CRONACA DI UN PASSAGGIO

 


In una giornata dolce e quieta e senza vento, senza dolore,
non ero il solo a guardare sbalordito. Nel centro storico,
condotto al passo, ecco, a sorpresa, sbucare un cavallino:
privo di fornimento, legato a un laccio cui erano state
attaccate le mani di ghiaccio di un giovinastro cavallaro.
Scese lo sdrucciolo che s’incurva presso il larghetto
di San Donato e dietro il coltello di casa Bassi subito
disparve. Bello, più nero dell’ardesia che lavorava Angelo,
al mio fianco, nella sua bottega. «Passa di tutto…» mi disse
amaro lo scultore amico. Era di un’eleganza primitiva;
docile e già fiero mi parve, nella sequenza fuggitiva.
Non so se proseguì lungo il nastro lubrico dei Giustiniani
o si diresse, con uno scarto, nell’altro vico: la salita,
di continuo battuta e scalpicciata, che porta al Caffè
degli Specchi e dentro la piazzetta, dove un’edicola votiva
divalla da una parete come trippa al gancio calcinata.

Per attimi rimase nell’aria, quasi allegro, il battito
degli zoccoli sul selciato del puledro; il tamburo musicale
finì presto, assorbito nelle oscure budella di Genova irreale.
Ma il ricordo del passaggio straordinario ogni tanto ritorna:
allora, sbalzo di pietra nera sul muro di pietra grigia,
netta è la figura perfetta, che poi, di colpo, s’adombra.
Qual era la stazione di posta del piccolo, l’ultima sosta:
il suo confine? Forse nel fondo della vetraia polverosa
delle viuzze ai macelli di Soziglia, ove travi consumate
dalle palme unte dal tempo paiono incroci di ossa macellate
e folti fregi trovi scolpiti (crani ingialliti e dissepolti)
su edifici che tremano d’orrore nell’eterna penombra.

 

da Cronaca di un passaggio
(San Marco dei Giustiniani, Genova - 2002)

 

 

 

 

 

 

 

LA VETTA

 

Si chiamava la Vetta ed era in cima
alla salita; in cima ai miei pensieri
la donna che portavo in trattoria.
Piatti e tovaglie bianche; il vino
rosso e la treccia di pane. Su questo tavolo
avvenivano le mosse, si giocava la partita.

Prima di assaporare le portate, per essere
più libero, sfilavo l’orologio da polso; lei
posava una coppia di orecchini tra i bicchieri.
Tutto era un rito, una piccola favola;
una cerimonia, consumata in poche ore.

Durante il pranzo il desiderio d’amore
veniva quasi servito a tavola.

 

da Cronaca di un passaggio
(San Marco dei Giustiniani, Genova - 2002)

 

 

 

 

 

 

 

BOLONDI ALFEO

 

Sei stato a lungo, nei miei occhi di bambino,
un antico cavaliere, semplice e fiero. La tuta
da lavoro indossata come una domestica armatura,
salivi sul grande autocarro rosso (una mezza
palazzina) che trasportava, tutto in una volta,
quantità enormi di benzina e di prodotti Esso.

Io, dietro, su una montagna di metallo arrampicato
per raggiungere in alto la cabina. Dopo avere
consultato le tue carte oleose partivi seguendo
la pista: la rete di distribuzione del prezioso
carburante. Lassù, vicino al posto di guida,
dominavo la terra, moltiplicavo i chilometri.
Capo di una carovana. Erano viaggi misteriosi,
mai dimenticati, perduti. In cima a un elefante.

 

da Cronaca di un passaggio
(San Marco dei Giustiniani, Genova - 2002)

 

 

 

 

 

 

 

Domenico Camera è nato a Genova nel 1940. Poeta, critico d’arte e pubblicista.

Ha pubblicato cinque volumi di versi:
Su questa terra (Sabatelli, Savona – 1970);
La stessa strada (Edizioni di “Resine”, quaderni liguri di cultura, con prefazione di G.B. Squarotti, Genova – 1974);
Frecce di carta (San Marco dei Giustiniani, con prefazione di G. Marchetti, Genova – 1981);
Qualche segno (Edizioni del Leone, Venezia – 1989);
Cronaca di un passaggio (San Marco dei Giustiniani, con prefazione di S. Martini, Genova – 2002).

Ha curato i volumi: La fatica del sogno (storie di Ciaè e della Tana del Drago) e Avanzi di vita, raccolte di racconti di autori vari ispirate l’una all’entroterra ligure e alle sue leggende e l’altra a tematiche ambientali.

Dal 1995 stampa a Genova i Foglietti del Bestiario, una collana di minilibri dedicati alla poesia ispirata agli animali.

 

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