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ESERCITI DI DIVERSE BANDIERE NELLA VALLE STURA DI DEMONTE 8 marzo 1943

di Luigi Felolo

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Appena si seppe che gli alleati avevano sfondato la Linea Gotica e dilagavano verso Bologna , mio padre , che aveva vissuto Caporetto con le stellette e queste cose le capiva bene , disse : “ Ma allora i tedeschi che sono in cima alla valle devono ritirarsi per non essere tagliati fuori . “ .
Infatti , nei giorni successivi , le truppe tedesche e quelle della RSI che erano alla Collalunga , alla Lombarda e alla Maddalena , come scritto da Massimo Robotti , discesero la Valle Stura .
Alcuni reparti tedeschi si acquartierarono per qualche giorno a Gaiola , dove ero sfollato con la mia famiglia dall’8 marzo 1943 , quando non avevo ancora otto anni .
Durante i giorni passati a Gaiola i militari tedeschi distrussero armi e munizioni , prima di proseguire verso la pianura del Cuneese , dove sarebbero stati intercettati dagli alleati . Si sentivano esplosioni verso lo Stura e i colpi dei mortai in postazione davanti al municipio , che sparavano verso la montagna di fronte . Da casa vedevo esplodere le granate sui prati del Monte Croce , lungo la catena che divide la bassa Valle Stura dalla bassa Valle Gesso .
Come ricordato dal Sacerdote Dottor Maurizio Ristorto , in una sua storia di Gaiola stampata dalla Tipografia Ghibaudo di Cuneo nel 1976 , durante la distruzione di bombe a mano tre tedeschi morirono e vennero seppelliti nel cimitero . Anni dopo i parenti vennero a ritirare le salme .
Nei campi fra il paese e lo Stura , a monte del ponte dell’Olla , dove adesso ci sono delle belle villette di recente costruzione , c’erano mucchi di fucili , i Mauser , di elmetti e di baionette . Con altri bambini del paese cercavo inutilmente un Mauser ancora funzionante , ma erano tutti senza otturatore o sfasciati . Mi consolavo della vana ricerca manovrando , assieme ad altri bambini , un cannone anticarro , ovviamente senza otturatore , e prelevando un elmetto oltre ad un paio di baionette di ottimo acciaio brunito , dalla punta micidiale .
Quelle baionette le tenni per ricordo e per anni le usai come pesi per fare ginnastica . Finirono nella cantina della casa di famiglia dove avevo abitato da scapolo e le feci sparire al tempo delle BR , per evitare delle noie a mia madre nel caso di una possibile ispezione .
Fra i militari della RSI scesi dalla Maddalena ce n’era uno con cui feci amicizia negli anni ’80 e che al Borgo , assieme ad un camerata , ebbe molte difficoltà a convincere quelli che volevano far fare una brutta fine ad entrambi , della loro estraneità a qualunque malefatta , essendo sempre stati in linea alla Maddalena .
Ho quattro amici dai sette ai dieci anni più vecchi di me , che sono stati militari della RSI , due volontari e due per aver fatto l’opzione durante il loro internamento in Germania . Tutti si sono poi molto impegnati nelle loro attività lavorative e tre anche in attività associative . Due hanno raggiunto livelli molto alti nelle loro aziende , ma uno dei volontari , un paracadutista della X Mas che , come scritto da Giampaolo Pansa in “ I figli dell’aquila “ , si era arruolato per continuare a combattere gli alleati , considerando la caccia data agli ex aderenti alla RSI dopo il 25 aprile , ritiene una fortuna essere stato fatto prigioniero sul fronte dell’Italia centrale .
A Gaiola c’ero già stato una prima volta in villeggiatura con la famiglia nell’estate del 1942 , quando vi erano acquartierati dei cavalleggeri del Regio Esercito . Il giorno che partirono , uno di loro , per unirsi agli amici nell’osteria che c’era allora in un cortile dietro al municipio , diede da tenere per le briglie a me , che stavo seduto su uno scalino in faccia alla fontana accanto al municipio , tre cavalli sellati . Quando lo raccontai a casa , mio padre se ne meravigliò molto .
Quei cavalleggeri io e gli altri bambini di Gaiola li vedemmo ritornare dalla Francia dopo l’8 settembre 1943 . Per giorni e giorni continuò il passaggio di uomini sempre più laceri e affamati , perché venivano da sempre più lontano . Il trenino che allora univa Demonte a Cuneo ne portava appesi fuori e ammucchiati sui tetti dei vagoni . Sapendo che in pianura i tedeschi li aspettavano per internarli in Germania , fra gli ultimi alcuni meridionali , che non avevano la possibilità di tornare a casa per strade secondarie o per monti , come i settentrionali delle regioni vicine , si fermarono nelle frazioni alte dei paesi . Ce n’erano diversi in quelle di Valloriate , dove sostituivano nei lavori agricoli gli uomini andati alpini e rimasti lontano , o facevano il sarto ed il barbiere . Li chiamavano sbandati .
La parentesi della Repubblica Libera di Demonte fu interrotta dalla Wehrmacht dopo lo sbarco degli alleati in Provenza il 15 agosto 1944 . Il giorno 17 , con forze tedesche e della RSI al di là del ponte dell’Olla , tutti gli abitanti di Gaiola si rifugiarono sui monti . Mio padre non vedeva , sapeva un po’ di tedesco ed eravamo degli sfollati , rimanemmo quindi in via Diaz , nella casa in un cortile sotto il livello della strada , che allora aveva , sotto l’ampia falda del tetto , una scala di legno sui cui gradini mi sedevo per le mie letture .
Gli spostamenti degli spari dissero a mio padre , che aveva fatto Carso e Vallarsa , quanto si avvicinavano i tedeschi . Li vidi passare in fila per via Diaz con il Mauser sotto braccio , mentre mi sporgevo alla finestra dal muro maestro , dietro cui mio padre aveva fatto riparare tutta la famiglia .
Della battaglia di Gaiola lessi dopo molti anni il resoconto idealista ed eroico di Dante Livio Bianco e quello più realistico di Nuto Revelli .
Siccome i partigiani avevano fatto saltare dei ponti e gli alleati venivano a bombardarli , a Gaiola stettero per alcuni mesi dei genieri della divisione Littorio . Solo pochi di loro erano fascisti , avevano evidentemente optato per la RSI per avere abiti e viveri assicurati e non rischiare di perire in Germania . Li sentii dare del “ fascistun “ ad uno dei sergenti e davanti al municipio urlare “ fascisti “ a dei loro camerati che passavano in fila sulla statale per andare a rastrellare i monti tra Valloriate e la Val Grana . Questi rispondevano : “ imboscati “ .
A quel tempo tra il municipio e la statale c’era solo un prato e la visuale era libera .
Una squadra di pontieri andava tutte le sere a fare la guardia al ponte del Gaietto , poco oltre il bivio per Valloriate . La squadra stava in una trincea antischegge fatta a L , sulla sinistra prima del ponte , andando verso Moiola , ed un mattino li sentii dire che nella notte le voci di partigiani li avevano invitati dal buio ad unirsi a loro . Uno , uno solo , disse che un’altra volta avrebbe sparato verso quelle voci .
Un’altra trincea antischegge fatta a L era stata scavata a monte delle case di via Diaz . Lì quei pontieri andavano a sparare con il fucile mitragliatore italiano , quello con il breve caricatore orizzontale e noi bambini prendevamo i bossoli appena saltati fuori , quando erano ancora caldi , per venderli come ottone allo straccivendolo che viveva in uno stambugio pieno , appunto , di stracci , vicino alla casa dove abitavo io . A lui vendevamo anche i grossi bossoli delle mitragliere degli aerei che venivano a bombardare il ponte dell’Olla , bossoli che andavamo a cercare a monte del paese .
Gli aerei arrivavano in formazione da sud sui monti di fronte al paese , lì si mettevano in fila verso ovest , giravano oltre Moiola e sopra Valloriate , quindi arrivavano alle spalle di Gaiola e scendevano in picchiata , sganciando le bombe e mitragliando . Per questo i bossoli erano a monte di Gaiola .
Un giorno due pontieri seduti di fronte al municipio , sull’angolo di via Diaz , cantavano una triste canzone più adatta ad un soldato della Wehrmacht che aveva avuto parenti e amici morti sotto i bombardamenti , ma che era stata evidentemente tradotta dagli aderenti alla RSI :

“ Camerata è già l’Ave Maria , canto nella tregua una canzon :
io non ho nessuno in terra mia che mi accompagna alla stazion .
Contraccambiai i saluti in lingua mia ,
ma il vento porta via quest’ultima illusion .
Aufwiedersehen Lucia , tu più non pensi a me ,
ma io con nostalgia chiudo gli occhi e vedo te . “ .

Da loro sentii cantare per la prima volta “ Sul ponte il Perati “ , il tragico canto degli alpini sul fronte greco – albanese :
“ Quelli che son partiti non son tornati , sui monti della Grecia sono restati .
Sui monti della Grecia c’è la Vojussa , del sangue degli alpini s’è fatta rossa .
Sul ponte di Perati bandiera nera , è il lutto degli alpini che fan la guera . “ .

Ad un certo punto i pontieri della Littorio furono sostituiti da quelli della Wehrmacht , tranquilli uomini non più giovanissimi , che in casa mia facevano vedere le foto di famiglie morte sotto i bombardamenti e di fratelli morti su tutti i fronti . Mangiavano marmellata e margarina con fette di pane fatto come un mattone , che sembrava impastato con la paglia .
Avevano il Mauser dai bossoli grigioverdi , che era anche l’arma individuale di quelli della Littorio , e avevano una velocissima mitragliatrice leggera , simile a quella che hanno ancora oggi gli eserciti dell’Europa occidentale . A quel tempo era chiamata “ la sega di Hitler “ .
Dopo che furono partiti loro , e furono partiti i loro camerati scesi da in cima alla valle , un giorno , mentre eravamo nei campi tra i mucchi di residuati bellici , noi bambini vedemmo passare sulla strada militare al di là dello Stura i liberatori .
Andammo di corsa in cima alla salita oltre il ponte dell’Olla , dove la strada militare , all’altezza di Bedoira , si innesta nella statale .
I liberatori venivano avanti su due file ai lati della strada , vestiti come si vedono nei film i soldati americani di quel tempo . I sergenti avevano il mitragliatore Tomson ed i fucilieri il Garand .
Altri di questi soldati stazionarono per un po’ di tempo a Gaiola esibendo spesso , con le loro jeep , le cosiddette voltate all’americana , sterzando di colpo e contemporaneamente bloccando i freni .
Come ci dissero alcuni italiani che avemmo in casa , fra questi “ gollisti “ vi erano molti ex appartenenti al Regio Esercito fatti prigionieri in nord Africa , che in Algeria avevano accettato di arruolarsi in questi reggimenti francesi . Erano ben vestiti e gli americani fornivano viveri di tutti i tipi . Ne paracadutarono anche nella piana di Moiola , dove noi bambini corremmo per vedere la novità .
In quei giorni , sulla piazza del municipio di Gaiola , vi era stata una manifestazione per la Liberazione in cui , assieme ai partigiani , avevano il fazzoletto rosso al collo gli sbandati e dei pontieri della Littorio che si erano tolti i gladi dalle giubbe . Sentii dire anni dopo che erano stati avvicendati perché avevano avuto dei contatti con i partigiani .
Qualche tempo prima , mentre accompagnavo mio padre verso la Nuva , una frazione alta di Valloriate , avevo visto ancora una squadra di partigiani veri . Uno aveva il Bren , il fucile mitragliatore inglese con il caricatore curvo messo sopra l’arma . Mio padre chiese dove andavano ed uno rispose baldanzosamente : “ Ad ammazzare qualche tedesco . “ . Allora mio padre , pur essendo ignaro di una analoga raccomandazione fatta dal comando alleato per evitare rappresaglie a danno della popolazione , avendo quasi tre volte l’età di quei giovani , disse : “ Ragazzi , non fate sciocchezze .”
Successivamente rimasi ancora a Gaiola fino all’autunno e vidi ritornare i primi reduci . Ogni tanto ne arrivava qualcuno del posto o ne passavano della vallata . Allora la voce si spargeva ed i parenti di chi non era ancora tornato accorrevano per chiedere notizie , soprattutto le mamme .
Un giorno , era un pomeriggio di domenica , mentre guardavo giocare alle bocce fuori di un’osteria in fondo al paese , arrivò un camion carico di uomini . Uno saltò giù prima ancora che il camion si fermasse . Si sentì un grido : “ E’ Giannetto ! “ e tutti si misero a gridare : “ E’ tornato Giannetto ! E’ tornato Giannetto ! “ . Io andai subito di corsa a casa sua , che era nella mia strada , gridando : “ E’ tornato Giannetto ! E’ tornato Giannetto ! “ e continuavo a gridarlo nel cortile della casa alla sua mamma e a tutto il vicinato .
La mamma di Giannetto si mise a correre per Via Diaz verso il fondo del paese con le lacrime agli occhi e tenendo un po’ sollevata la lunga gonna scura che ancora a quel tempo , in montagna , portavano le mamme degli alpini .
Avevo già visto tante volte le lacrime agli occhi della mamma di Giannetto quando parlava dei suoi due figli alpini , uno non tornò , ma quella volta , finalmente , erano lacrime di gioia .

Luigi Felolo



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